La memoria storica della Neurologia di Mantova del Dottor Cesare Morandi

Pubblicato da A.L.I.Ce. Mantova il

E’ con piacere che scrivo un po’ di storia della neurologia del “Carlo Poma” e dell’evolversi della sua diagnostica e terapia, specie nell’ambito delle malattie cerebrovascolari; la storia di un reparto nato nei primissimi anni ’70 da una costola della medicina generale e con impronta, per parecchi anni, più psichiatrica che neurologica, dove spesso venivano ricoverate persone che poi venivano trasferite al vecchio Ospedale Psichiatrico.

Del resto allora esisteva la specializzazione in neuro psichiatria e solo dopo poco veniva certificata quella elusivamente in neurologia. A quei tempi, da parte dell’opinione pubblica, la neurologia veniva appunto confusa con la psichiatria.

Ma andiamo con ordine e con un focus privilegiato sulle malattie cerebrovascolari.

Ho iniziato la mia professione di medico presso la Rianimazione del “vecchio” Ospedale, proprio in quella specie di pagoda, con le tapparelle quasi sempre chiuse, unita da una passerella all’aperto alle chirurgie di allora: saltuariamente in Rianimazione venivano ricoverati ictus, naturalmente gravi, non esistendo allora strutture ad essi dedicate. Erano i primi anni’70 ed è stato proprio allora che ho fatto i primi approcci diagnostico-terapeutici relativi alle vasculopatie acute cerebrali: poi una volta approdato in neurologia, padiglione Rava Sforni, ho conosciuto quelle meno gravi e con evoluzione più o meno favorevole.

Purtroppo in reparto non esisteva ancora una Guardia “attiva”24h/ 24.Pertanto durante le ore diurne ,i nuovi ricoverati venivano visitati dai sanitari in servizio, ma durante la notte era in funzione una reperibilità: così il medico reperibile visitava il paziente, prescriveva le terapie del caso per poi tornare a casa; nella notte si veniva spesso allertati più di una volta. Al mattino poi, durante la visita in reparto, che si faceva collegialmente, capitava, non di rado, che la situazione fosse cambiata  in senso migliorativo o peggiorativo.

Purtroppo ,a quei tempi, per le varie patologie neurologiche, non esistevano particolari presidi diagnostici, se non una dettagliata anamnesi, il martelletto di gomma, l’elettroencefalogramma ed una “diavoleria” chiamata eco mediana che esplorava l’encefalo ed avrebbe dovuto illuminare circa la presenza di una ischemia od un evento emorragico importante; solo raramente si procedeva radiologicamente iniettando liquido di contrasto direttamente in carotide (angiografia carotidea).

La terapia era alquanto lacunosa: venivano usati farmaci che avrebbero dovuto dilatare le arterie, antiedemigeni (diuretici, cortisonici, glicerolo),anticoagulanti, sostanze denominate in senso lato, vasoattive. Molti di questi farmaci producevano effetti collaterali significativi.

I pazienti colpiti da ictus gravi o altri deficit neurologici severi stazionavano a letto per lunghi periodi, prima di poter assumere la postura seduta(da notare che a quei tempi i ricoveri  per patologie vascolari si protraevano anche per 20-30 giorni o più).La fisioterapia iniziava in modo passivo precocemente e poi proseguiva lentamente nel tempo con il sostegno di una palestra adibita alla neurologia e situata all’ingresso sulla sinistra dove, attualmente vengono ospitati parte degli uffici della medicina palliativa. Del resto le strutture idonee per il recupero funzionale erano pochissime ed alcune fuori provincia. Così fino agli anni’80 quando, con l’avvento delle prime rudimentali TAC, si è riusciti almeno a discernere l’evento ischemico da quello emorragico; la terapia però permaneva immutata ed alquanto lacunosa, come del resto la prevenzione.

La popolazione, in genere, aveva ben scarse conoscenze circa le patologie vascolari dell’encefalo, per questo, quando venivano riferite le possibili prospettive diagnostico-terapeutiche, si causava spesso stupore nei parenti che si affrettavano a dire che il congiunto stava bene ed aveva magari lavorato fino a poche ore prima del ricovero senza mai manifestare segni premonitori della malattia. Nel tempo però la situazione è migliorata specie dal punto di vista scientifico e diagnostico, grazie a nuove tecniche di “imaging” (RMN) ed all’uso sempre più frequente degli ultrasuoni(ECO-COLOR-DOPPER):si era giunti agli anni ’90 ed era iniziata una “nuova ”Neurologia”.

Infine negli anni 2000  si entra gradualmente nel presente grazie alla istituzione di strutture dedicate agli ictus, terapie adeguate per selezionati ictus ischemici (trombolisi) ed un monitoraggio continuativo dei pazienti. Infine, per la riabilitazione, si realizzano strutture fisioterapiche particolarmente efficienti ed attrezzate che ulteriormente supportano in senso migliorativo la terapia delle vasculopatie cerebrali e degli eventuali esiti.

Quanto scritto anche in memoria di mio padre, deceduto negli anni ’60 e nell’arco di 48 ore per un ictus senza che si potesse fare nulla ,proprio per la mancanza delle conoscenze scientifiche dell’epoca.


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